Le leggende di Verona legano i monumenti del centro a racconti tramandati: l'Arena che i demoni avrebbero alzato in una notte per un condannato, la costola appesa all'arco della Costa fra piazza delle Erbe e piazza dei Signori, il globo del medico Fracastoro e il nome «Vae Roma».
L'Arena di Verona costruita in una notte
La leggenda più nota di Verona riguarda l'Arena, l'anfiteatro di piazza Bra, e si svolge nel Medioevo. Un gentiluomo veronese, un gran signore senza fede e spietato con il prossimo, fu condannato alla decapitazione per i suoi delitti e aspettava in cella l'alba dell'esecuzione. Le autorità della città gli lasciarono una sola via d'uscita: avrebbe avuto salva la testa se in una notte avesse saputo costruire un edificio capace di contenere tutti gli abitanti.
Disperato, l'uomo gridò tanto forte che le sue urla arrivarono al diavolo, e il diavolo gli comparve nella cella la sera prima dell'esecuzione. «Messere», gli disse, «io posso salvarti!». I veronesi desideravano da tempo un grande teatro: se il condannato se ne fosse preso il merito avrebbe avuto la vita, e in cambio il diavolo avrebbe avuto la sua anima. L'uomo, che aveva paura di morire, accettò.
Il diavolo pose un limite di tempo: i demoni potevano restare sulla Terra dal Vespro all'Ave Maria del mattino. Appena suonò il Vespro salì dall'inferno un esercito di diavoli, che si riversò nella piazza principale e alzò l'anfiteatro pietra su pietra, un gradino dopo l'altro, senza mai fermarsi. La notte però era corta per un lavoro così grande. Il primo girone era finito e il secondo, più alto, era appena cominciato quando il condannato, davanti alle creature infernali e all'idea di diventare una di loro, si pentì e pregò la Vergine Maria di liberarlo dal patto.
Le campane dell'Angelus e l'ala incompiuta
All'opera mancava soltanto un giro, ed era ancora notte fonda, quando le campane di una chiesa cominciarono a suonare l'Angelus, qualche minuto prima dell'alba, mosse da una mano invisibile. La Vergine aveva ascoltato la preghiera e aveva mandato i suoi angeli a suonarle in anticipo. Al suono i demoni fuggirono urlando di rabbia e di paura e sprofondarono nell'inferno: l'anfiteatro restò incompiuto, e il diavolo perse la sua preda. Al mattino i veronesi videro il monumento, bello anche senza l'ultimo giro, e graziarono l'uomo: il teatro bastava a pagare la sua libertà.
La parte finita, chiamata «l'ala», sarebbe quella che il diavolo dimenticò nella fretta di scappare, e per questo, dice il racconto, una parte dell'Arena è sempre rimasta incompiuta. Esistono anche altre versioni: l'anfiteatro sarebbe opera del diavolo solo perché troppo grande e imponente per essere stato costruito da mani umane, oppure l'avrebbe fatto alzare il re ostrogoto Teodorico, e anche questa è una credenza popolare.
La storia dell'ala è un'altra. L'anfiteatro di Verona fu danneggiato più volte dalle inondazioni dell'Adige, come quella del 589. L'ala è ciò che resta dell'anello esterno, demolito dallo stesso Teodorico nel VI secolo e crollato in parte, forse, nel terremoto del 1117: i pochi archi rimasti in piedi danno all'anfiteatro la sua fisionomia ad ala.
La costola e il globo di Fracastoro
Tra piazza delle Erbe e piazza dei Signori si passa sotto un arco a ballatoio che in età veneziana collegava la Domus Nova, l'antico tribunale, al Palazzo della Ragione: i magistrati lo percorrevano per spostarsi in modo più riservato, senza scendere in piazza. Dal centro dell'arco pende un osso lungo e ricurvo, identificato con una costola di balena; c'è chi lo attribuisce invece a un ittiosauro, un gigantesco rettile marino del giurassico inferiore. Dalla costola l'arco prende il nome di arco della Costa. Una stampa della metà del Settecento, con una veduta di Verona, la ritrae già, mentre nei dipinti dei decenni precedenti non compare.
Sull'osso circola più di una leggenda. Un'antica credenza ne fa una reliquia, la «costola del demonio», che alcuni crociati veronesi avrebbero preso durante la battaglia di Lepanto, nel 1571. Un altro racconto dice che la costola cadrà soltanto quando sotto l'arco passerà una persona retta e giusta. Una spiegazione più concreta fa della costola l'insegna di uno speziale che aveva la bottega sotto l'arco, perché si credeva che la polvere d'osso di balena avesse un forte potere curativo.
Piazza dei Signori ha una seconda profezia sugli onesti. A sinistra, sopra un arco, sta la statua di Girolamo Fracastoro, medico e poeta veronese del Rinascimento, scolpita da Danese Cattaneo nel 1559. Il globo che regge in mano, promette Fracastoro, cadrà in testa al primo uomo onesto che transiti là sotto. Le cinque statue della loggia di fra Giocondo, eretta alla fine del 1400, ritraggono veronesi illustri vissuti in epoca romana, e sembrano invece assorte nei loro pensieri.
Brenno, re Vero e il nome Verona
Anche il nome di Verona ha le sue spiegazioni. Una leggenda racconta che il capo gallico Brenno, che l'avrebbe fondata, chiamò la città «Vae Roma», cioè «Maledetta Roma», e che col tempo il nome si trasformò in Verona. Le altre guardano agli Etruschi, col nome proprio Vera, tanto che in Toscana esiste un'altra Verona, oppure al latino ver, la primavera. Un'altra ipotesi divide il nome in tre pezzi: Ve, la parola etrusca per i popoli veneti, Ro, dal greco reo, «scorro», e Na, la radice etrusca dei centri abitati; Ve-Ro-Na vorrebbe dire così la città veneta sul fiume.
Un re sta invece in piazza delle Erbe, sulla fontana di Madonna Verona. Si narra che la statua venisse da una vasca termale romana di marmo rosso, dove c'era soltanto il busto, senza le braccia e il capo. La statua fu recuperata, e per lei si scolpirono un piedistallo e i ritratti degli antichi sovrani della città, fra i quali compare il mitico re Vero, da cui il racconto fa venire il nome della città, «Verona sua Regina». La statua non ha niente a che fare con la Vergine: è la città stessa, una signora medievale con la corona, e la si chiama «Mea Domina».
San Zeno, il pozzo e le altre voci
La leggenda di San Zeno narra che nell'inondazione dell'Adige del 589, quando l'acqua sommerse Verona, la piena si arrestò davanti alla porta della chiesa costruita dove era stato sepolto il vescovo.
Il campanile del Duomo non fu mai terminato, e il racconto parla di lavori interminabili, perché non arrivasse più in alto della torre dei Lamberti, la costruzione più alta della città; si dice però che mancassero anche i fondi. In un vicolo vicino a via Borsari il pozzo dell'amore ricorda Corrado di San Bonifazio, un giovane soldato, e Isabella Donati, che vi si gettarono, prima lui e poi lei. La statua di Giulietta, nel cortile della casa al numero 23 di via Cappello, porterebbe fortuna a chi le tocca il seno, e i gesti scaramantici l'hanno consumata tanto che nel 2014 è stata sostituita da una copia.
Il carnevale ha il suo personaggio, il Papà del Gnoco. Tutto sarebbe cominciato nel 1531, con una carestia che colpì soprattutto la zona di San Zeno: il nobile Tommaso da Vico comprò la farina per sfamare i poveri, e secondo la tradizione lasciò per testamento una somma perché ogni venerdì grasso gli abitanti di San Zeno avessero gnocchi e vino. Sotto castel San Pietro, infine, alcune voci parlano di strani cunicoli risalenti al neolitico.
