Nel centro storico di Padova, in Veneto, le leggende portano in luoghi veri: la Casa degli Specchi del 1501 vicino al Duomo, il Ponte della Morte del 1246 in via Rudena e la chiesa di Santa Caterina, dove fu sepolto Giuseppe Tartini.
Casa degli Specchi
Al civico 79 di via del Vescovado, a pochi passi dal Duomo, c'è una dimora del 1501 che si nota subito: è arretrata rispetto alla strada e interrompe la fila dei portici. La fece costruire Annibale Maggi da Bassano, proprietario del terreno, che di Tito Livio era un ammiratore fino all'ossessione. Sosteneva di discendere dallo storico, voleva inserirlo nel suo albero genealogico, chiamò il figlio Tito Livio e diceva che la casa sorgeva proprio dove un tempo aveva abitato il suo illustre antenato. Per questo è detta anche Casa di Tito Livio.
L'altro nome viene dalla facciata. Sopra il portone c'è una grande trifora, con colonnine e capitelli rinascimentali di gusto lombardo, sopra ancora un lunettone con un rosone, e ovunque sono sparsi tondi di marmo rosso, verde e grigio, su un bugnato liscio: quando li prende il sole sembrano specchi. Chi li ha contati ne trova 17.
La via si chiamava allora contrada di San Giovanni delle Navi; dei due avancorpi che dovevano raccordare la casa a quelle vicine ne esiste uno solo. Dentro, un lungo androne tappezzato di reperti archeologici porta fino a una vetrata sul cortile.
Malocchio sulla casa accanto
Secondo la leggenda quei tondi non erano solo un ornamento, ma amuleti che rimandavano altrove gli influssi maligni diretti alla casa. La stessa leggenda dice dove li rimandavano: sulla casa trecentesca di sinistra. Un tempo ci stava una tabaccheria, e per un periodo ci hanno fatto il nido i piccioni, entrando dalle finestre rotte.
Della casa accanto si raccontano cose terribili. C'è chi giura di aver visto volti mostruosi riflessi nei vetri, chi una vecchia con lunghi capelli bianchi e arruffati, vestita di nero, con una candela spenta nella mano destra, chi lo spettro di una bambina con le labbra cucite. In una stanza del piano terra i muri si sarebbero gonfiati come pieni d'acqua, mandando cattivo odore, e una ragazza che dormiva all'ultimo piano si sarebbe svegliata seduta sul balcone, con le gambe nel vuoto. Tutti i racconti concordano su un punto: le stanze sono fredde. Una decorazione a tondi come quella della Casa degli Specchi, a Venezia, si vede solo su alcuni palazzi del Canal Grande, fra cui Ca' Dario, che ha fama sinistra.
Ponte della Morte
In via Rudena, sul canale di Santa Chiara, un piccolo ponte ad arco porta verso via Umberto I passando accanto all'abside della chiesa di San Daniele. Per la tradizione locale, nel 601, i Longobardi di Agilulfo entrarono in città dal punto dove sorge il ponte, e Padova fu rasa al suolo: Rudena vorrebbe dire proprio rovina. Il ponte fu costruito nel 1246.
Per il nome si danno tre spiegazioni. Una è il piccolo cimitero medievale di San Daniele, che stava lì vicino. La seconda sono tre assassini che terrorizzavano la zona nel tardo Medioevo, legati a una casa malfamata ai piedi del ponte, detto anche Ponte delle Molestie: il Comune avrebbe fatto abbattere la casa, e i tre, catturati, sarebbero stati impiccati sulle sponde. La terza è un crollo del giugno 1422, quando il ponte cedette sotto la folla assiepata sull'arcata, pare per seguire una processione, e annegarono 27 persone. Per la tradizione, però, il nome «della Morte» compare già nei registri del Comune alla fine del Duecento.
Le leggende vengono dopo. Nelle notti di luna, sull'acqua sotto l'arcata, si vedrebbero tre sagome scure ancora sospese, e chi passa con l'animo triste sentirebbe suonare a morto la quinta campana di San Domenico, una campana che non è mai esistita; altri raccontano di aver sentito un cane abbaiare furioso. I padovani più anziani, si racconta, attraversano il ponte con passo svelto o facendosi il segno della croce.
Tartini a Santa Caterina
In via Cesare Battisti c'è la chiesetta cinquecentesca di Santa Caterina d'Alessandria, dove fu sepolto il violinista e compositore Giuseppe Tartini, accanto alla moglie Elisabetta Premazore. Si racconta che le spoglie del musicista siano scomparse dalla tomba, e da allora qualcuno, di notte, avrebbe visto un uomo in abiti del Settecento suonare il violino con passione e una donna danzare su una melodia che nessun altro sente: i due sposi, dice la leggenda, tornerebbero a ballare l'ultimo ballo che la morte ha interrotto. La composizione più celebre di Tartini, il «Trillo del Diavolo», sarebbe nata da un sogno in cui il demonio in persona gli suonava quella musica.
Scala dei Feri e piazza delle Erbe
Piazza delle Erbe era detta anche piazza della Giustizia. Fin dal Medioevo vi si teneva il mercato della città, ma vi si eseguivano anche le condanne a morte, fra le logge del Palazzo della Ragione e la Scala dei Feri, che pure si chiamava della Giustizia. Ad accompagnare i condannati, coi riti che li preparavano alla fine, erano i confratelli della Scuola di San Giovanni della Morte. Nei pressi c'era un pozzo, chiuso nel 1930, che per alcune tradizioni locali segnava il confine fra il mondo terreno e quello degli spiriti.
Nel Palazzo della Ragione, nel grande Salone dove per secoli si tennero processi, vagherebbe il fantasma di un giudice corrotto e ingiusto: c'è chi racconta di passi che risuonano nel salone deserto o di un'ombra scura che si muove fra gli affreschi astrologici. Sul lato orientale, sotto il Volto della Corda, chi non pagava i debiti e chi truffava veniva punito davanti a tutti a colpi di corda, e accanto il «Canton delle Busie» era il posto delle contrattazioni e delle bugie dei mercanti; sui muri restano scolpite le misure ufficiali padovane, contro le frodi.
Altre leggende del centro
Il Caffè Pedrocchi fu progettato dall'architetto Giuseppe Jappelli, che era massone, e per molti studiosi nasconde un percorso iniziatico: la scala per il piano nobile come cammino di elevazione, le maniglie a forma di serpenti che si mordono la coda, una sala ottagonale. Nella Sala Bianca una targa e il foro di un proiettile ricordano uno studente ucciso dai soldati austriaci l'8 febbraio 1848, e c'è chi vi avverte brividi improvvisi o racconta di sedie che si sono spostate da sole.
In piazza dei Signori la Torre dell'Orologio ha un orologio astronomico del 1437, ricostruzione fedele di quello realizzato nel 1344 da Jacopo Dondi, e il suo quadrante non ha il segno della Bilancia. La spiegazione ufficiale è che l'orologio segue lo zodiaco più antico, in cui Bilancia e Scorpione erano un solo segno; la tradizione popolare ci ha letto invece un emblema dell'ingiustizia terrena, un monito contro l'arbitrio dei potenti, e una leggenda vuole che il segno mancante sia nascosto in un altro punto della piazza.
Da riviera Paleocapa, all'altezza di Ponte Saracinesca, si vede fra gli alberi, dentro una proprietà privata, una torre più bassa della Specola, l'osservatorio astronomico: un pezzo delle antiche mura che nei secoli è stato chiamato Torre della Morte, Torre del Boia e Torre della Catena.
In Prato della Valle, nelle notti di luna piena, una delle statue lascerebbe il suo piedistallo per camminare attorno all'Isola Memmia, l'isola ellittica al centro della piazza: nessuno sa quale, chi dice un sapiente, chi un guerriero, chi un santo laico. Si narra che i suoi passi risuonino sul lastricato, e all'alba le statue sono tutte al loro posto.
