Storia · 6 min di lettura

Piave, il fiume che era femminile: come la Piave diventò il Piave

Il Piave, fiume veneto un tempo femminile: dalla Piava della cronaca del doge Dandolo al maschile dei grammatici, fino alla polemica del 1918 e a D'Annunzio.

Il greto ghiaioso del Piave nella pianura veneta, con i pioppi sulle rive e le montagne all'orizzonte
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Nel dialetto di Belluno e di Vittorio Veneto il Piave, che dalla Valbelluna scende alla pianura veneta, era femminile. Il maschile comparve all'inizio del Settecento in scritti di non veneti e prevalse nell'Ottocento con la regola dei grammatici; dopo Caporetto una campagna provò a riportarlo al femminile, e perse.

Un fiume nato femmina

Come diversi altri fiumi del Veneto e del Trentino — la Brenta, la Livenza, la Sarca, la Sonna — il Piave era di genere femminile. Lo era nel dialetto: la Piau nel Settecento a Belluno, la Plaf a Vittorio Veneto. E lo si riconosce da un paio di relitti rimasti nella toponomastica: la Piave vecchia, antico alveo e località alla foce del fiume, e la Piavesella di Nervesa, un canale scolmatore. Nella Valbelluna le persone anziane dicono «la Cicogna» e «la Turriga» per due torrenti.

Non era solo parlato. Nei documenti veneti la forma Piava, in latino Plava, risale molto indietro: compariva già nella cronaca trecentesca del doge Andrea Dandolo, nel passo sulle concessioni fatte da Liutprando al doge Paoluccio: «a Plava maiore usque in Plavam siccam sive Plavixellam», cioè dalla Piave maggiore fino alla Piave secca, o Piavesella. Anche Dante scrisse Piava — «le fontane di Brenta e di Piava» —, ma lì il genere non si può stabilire e la terminazione in -a forse è condizionata dalla rima.

Nella lingua scritta il femminile ricorse in opere di veneti e di forestieri, dal Medioevo ai primi del Novecento. Lo si trova in Da Ponte e in Garzoni, nelle Rime del Sacchetti, nel Dittamondo, nella Cronica dei Villani e in Guicciardini, che preferì la forma in -a: «fiume della Piava». Gli esempi più vicini a noi appartengono alla sola letteratura: nella Nave, del 1908, Gabriele D'Annunzio scrisse «La Piave e la Livenza coprono tutti i pascoli».

Fiumi maschi e fiumi femmine

Il genere di un fiume non poggia su un sesso vero, come accade per gli esseri sessuati. In origine, però, credenze e fantasie popolari dovettero pesare: è probabile che si scegliesse un nome femminile quando l'acqua appariva come sorgente di vita e segno di fecondità, e uno maschile quando colpivano soprattutto la forza e l'impeto della corrente, che si traccia da sola il proprio corso. La cosa si vede bene nei fiumi ritenuti sacri, che venivano ricollegati a divinità fluviali maschili o femminili. Nella cultura veneta, del resto, è femminile tutto ciò che porta vita — tanto che in veneto si dice la latte, non il latte.

Quando invece il nome veniva da un elemento concreto, il genere di quell'elemento decideva: la Lima, affluente del Serchio, doveva per forza essere femminile, se il suo nome viene davvero, per metafora, dall'arnese del fabbro. In italiano, come già in latino, fra i nomi dei fiumi prevalgono i maschili, soprattutto fra i grandi e fra quelli che sfociano in mare; ma fra questi ultimi ce ne sono diversi che un tempo erano femminili, come il Piave e la Brenta, e per alcuni il femminile è rimasto. Fra loro ci sono anche la Marecchia, la Pescara, la Cecina e la Magra. Tutti i fiumi che finiscono in -o o in -i sono maschili; quasi tutti quelli in -a e una parte di quelli in -e sono femminili.

La regola dei grammatici

A spingere verso il cambio di genere sono quasi sempre ambienti più colti o lontani da quello del posto, dove conta più uniformare la lingua che rispettare l'uso popolare. E queste spinte non nascono solo da un adattamento spontaneo della lingua: sono rinforzate da una norma ripetuta nelle scuole e nelle grammatiche, secondo cui per i nomi geografici ci si regola sul nome comune della categoria — e poiché fiume, torrente, ruscello, rivo e canale sono quasi tutte parole maschili, al maschile devono andare anche i nomi propri.

Una grammatica del 1918 la fissava in due righe: i nomi geografici seguono di solito il genere del nome della classe cui appartengono, e perciò sono maschili «come Fiume, i nomi delle acque correnti che non terminino in -a: es. Il Po, Il Piave, Il Crati».

La regola non tiene conto di un fatto: nell'uso comune al nome generico non si fa quasi mai riferimento, perché un fiume si chiama col suo nome proprio. Si è imposta comunque, perché la si è ritenuta più corretta, e gli usi originari sono scomparsi o si sono rifugiati nella parlata locale. Non si è imposta per la Sieve, che al maschile si era affacciata nella seconda metà dell'Ottocento in opere di geografi e naturalisti; il Magra è trattato generalmente come maschile, anche se in Toscana molti lo sentono femminile.

Per il Piave, dopo gli sporadici esempi del Settecento, la partita si chiuse nella seconda metà dell'Ottocento, quando il maschile diventò quasi esclusivo anche nel Veneto: nel 1867 a Belluno usciva un settimanale intitolato Il Piave, e nel settembre del 1892 Giosuè Carducci, nell'Ode al Cadore, descriveva Pieve di Cadore «che allegra siede tra colli arridenti e del Piave ode basso lo strepito».

Caporetto, e la crociata del femminile

Poi venne la guerra, e il fiume diventò protagonista: dopo la disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917 la linea del fronte si attestò sulle sue sponde. Cominciò allora una campagna a favore del genere femminile, e l'argomento era pesante: la propaganda raccontava che la Piave era il nome che le genti del territorio davano al loro fiume, e che il maschile era un guasto voluto ad arte dal «barbaro invasore», nato quando il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco.

Lo scontro diventò aspro e spaccò il Paese in due campi, come era già accaduto con la frattura fra interventisti e neutralisti. Il presidente dell'Accademia della Crusca, Isidoro Del Lungo, scrisse la sua sulla Nuova Antologia del 16 ottobre 1918, e fece notare che nei registri napoleonici di Venezia si leggeva «Dipartimento della Piave»; il conte Donato Sanminiatelli, vicepresidente della Dante Alighieri, promosse un'inchiesta, e per il femminile si schierarono Paolo Boselli, Francesco D'Ovidio e Guido Mazzoni, e con loro Renato Fucini e Ferdinando Martini. Nemmeno loro riuscirono a riportare indietro il genere: chiusa quella stagione, il fiume non ebbe più che il maschile.

Vittorio Veneto e il fiume eroe

Il fiume fu un baluardo, nella battaglia del solstizio del giugno 1918 una linea invalicabile e nella battaglia di Vittorio Veneto il simbolo della riscossa. La retorica di quegli anni ne fece un eroe sacro alla patria, e un eroe non poteva essere femminile. Fra i pochi che non apprezzarono la campagna per il femminile c'era proprio D'Annunzio. Nella Nave aveva usato il femminile, ma dall'inizio della guerra usò il maschile come tutti, e con enfasi dopo il ripiegamento sul fiume: nel novembre del 1917, parlando ai soldati sulla riva destra, chiamò il fiume «maschio nella tradizione dei Veneti, maschio nella venerazione di tutti gli Italiani».

Nel giugno del 1918 Giovanni Gaeta, autore di canzoni napoletane noto come E. A. Mario, scrisse la Canzone del Piave — «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio» —, e quella canzone si diffuse in tutta l'Italia. A guerra appena finita, in un'intervista a Marcel Boulengier, D'Annunzio avrebbe scherzato così: finché il fiume aveva fermato gli italiani lo aveva chiamato il Piave, un maschio; da quando l'avevano passato era soltanto una femmina, e lo chiamava la Piave.

Info utili

Dove si trova
Belluno, Vittorio Veneto, Pieve di Cadore (BL, TV, VE)

Fa parte di: Fiumi e cascate del Veneto