La Torre Donà è una torre medievale che sorge in piazza Matteotti a Rovigo, la città fra il Po e l'Adige, ed è uno dei resti della sua antica fortificazione. Secondo la leggenda il castello a cui apparteneva lo fece costruire il vescovo Paolo Cattaneo, guidato da un sogno di rose.
Città delle rose, fra Po e Adige
Rovigo è detta la città delle rose, e secondo alcune leggende popolari il nome viene da Rhodon, le rose, che in antico nascevano spontanee in questa terra. La città è nata come feudo vescovile, e del suo castello medievale restano due torri: la Torre Donà e la Torre Mozza, detta anche Torre Grimani.
Di leggende, qui, ce n'è anche un'altra sulle origini: si crede che il Polesine sia stato colonizzato dai Greci, e che Diomede, compagno di Ulisse nella guerra di Troia, sia stato il primo, col suo equipaggio, a scoprire Adria, che allora stava sul mare.
A Rovigo non mancano nemmeno le storie di fantasmi. Si racconta che in un palazzo lungo una via del centro, da una finestra che dà sulla porta della cantina, ogni tanto compaia il volto di una suora: sarebbe un'antenata della casa, chiusa per sua volontà in una stanza e lì lasciatasi morire. Un'altra leggenda parla di un uomo che, per scommessa, volle passare una notte al cimitero: la mattina dopo lo trovarono morto, con gli occhi sbarrati, e nella ghiaia c'era una scritta appena decifrabile, tracciata prima di morire per rivelare un segreto orribile.
Sogno del vescovo, e bolla del 920
La storia della città comincia da una fuga. Il vescovo Paolo Cattaneo voleva mettere al sicuro dalle scorrerie degli Ungari la sua gente, ma non sapeva dove portarla, finché in sogno gli apparve San Pietro e gli porse un pastorale coperto di rose rosse in fiore: e fu così, racconta la leggenda, che attorno al Mille decise di trasferire a Rovigo la sede vescovile, e di far costruire un grande castello per difendersi dai barbari.
Accanto alla leggenda c'è un documento, e porta una data più antica. Il Polesine restò alla Santa Sede anche dopo il trattato di Verdun dell'843, fino al 903, quando passò in feudo al marchese Almerico di Mantova. All'inizio del X secolo l'invasione degli Ungari distrusse la cattedrale di Adria, e nel 920 papa Giovanni X, con una bolla, permise al vescovo Paolo di Adria di mettersi al riparo dal marchese Almerico a Buonvico — così fu chiamata Rovigo — e di erigervi un castello che lo difendesse dalle incursioni dei barbari. In quell'occasione il castello fu costruito, nella zona del Medio Polesine; e Rovigo all'inizio era un piccolo borgo cinto dalle paludi, chiamato anche Rodige.
Terrapieno, ponti levatoi, prigione
Il castello che si vede nei resti, però, è opera dei secoli successivi. La sua realizzazione, completata all'inizio del XIV secolo, la sostennero gli Este, secondo lo statuto estense del 1324; le mura difensive arrivarono circa due secoli dopo l'edificazione, insieme all'ampliamento e ai nuovi bastioni, e di quei lavori resta un segno visibile: le strade che costeggiano le mura corrono più in alto di quelle della città.
Il terrapieno su cui sorse la fortezza era artificiale, fatto con la terra scavata per le fosse, e il lato orientale guardava verso il porto fluviale dell'Adigetto. Agli angoli di nord-ovest e di sud-ovest c'erano due torricelle, e all'interno si entrava per due ponti levatoi. Nel basamento del mastio fu costruita una prigione, e sulla sommità fu messa una campana che si suonava soltanto quando in città accadeva qualcosa di grande importanza, e che nel 1488 fu trasferita sulla torre civica.
Rovigo perse col tempo la sua funzione strategica, perché le paludi bastavano da sole a proteggerla; ma attorno al castello si combatté più volte: la guerra di Ferrara, quella della Lega di Cambrai nel 1509 e quella della Lega Santa nel 1511.
Donà e Grimani, i nomi delle torri
Il nome della torre viene dai suoi proprietari. Nel 1598 la Repubblica di Venezia passò il castello ai Donà, che ne fecero «ad usum regni» fino al XIX secolo, quando il comune dovette intervenire per limitare i danni fatti dai nobili, i quali volevano addirittura la demolizione della torre maggiore. Nel 1836 il comune intervenne di nuovo e impedì ai Grimani, eredi della fortezza dopo i Donà, di abbattere le mura — e dai Grimani prende il nome l'altra torre.
La Torre Donà è il mastio del castello, uno dei simboli di Rovigo, città del Veneto meridionale, ed è fra le tre torri medievali rimaste in piedi in città. Si riconosce per l'inclinazione e per l'alto merlo in cima, che per secoli accolse la campana della città, e con i suoi 51,26 metri di altezza è contata fra le torri d'Italia di origine medievale più alte. Nata soprattutto per la difesa, è fatta di mattoni e laterizi regolari, si apre in poche finestre ad arco, alcune a tutto sesto, e porta agli angoli una merlatura ghibellina in cotto.
Guardandola si notano tre cose: la torre non è simmetrica rispetto alla cinta muraria, pende perché il terreno sotto di lei ha ceduto, e fu alzata per correggerne l'appiombo, cioè la verticalità. Le feritoie della Torre Grimani stanno allo stesso livello dei fori per una struttura di legno nella Donà, e da qui si pensa che la Donà non fosse soltanto il mastio, ma anche la torre d'angolo, probabilmente collegata da passerelle di legno al camminamento di ronda delle mura a est e a nord.
La Torre Grimani è detta Torre Mozza perché la sua parte superiore è del tutto crollata. Anche lei pende, come la Donà; ha pianta quadrangolare, è alta circa 21,26 metri, ha muri di mattoni tenuti insieme dalla malta di calce, e sta nell'angolo sud-ovest delle mura. Dentro ha due livelli: un piano interrato col pavimento di formelle di cotto e il soffitto tutto di legno, e un primo piano con la volta a padiglione e le finestre ad arco. La sua inclinazione verrebbe dal cedimento delle fondazioni già durante la costruzione, e gli studi vi hanno trovato i segni di diversi raddrizzamenti in epoche successive.
Le due torri sono state restaurate nel 2006. La Torre Donà, al contrario della Mozza, è ben conservata, e a cavallo fra il XX e il XXI secolo l'area del castello fu oggetto di un progetto di riqualificazione e di restauro.
Mura, porte e le altre torri
Il castello faceva parte di una cinta più grande. Furono gli Ungari e le scorrerie dei barbari a rendere necessario cingere di difese Rovigo, che allora era una corte aperta. Delle mura è difficile dare le date precise: si sa che le fortificazioni sono del XII secolo, e la cinta fu costruita a pezzi, dalla parte occidentale nel XIII secolo fino a quella orientale nel XIV. A provarne il completamento c'è un articolo dello statuto del 1324 che proibiva di conciare le pelli «intra muros», cioè dentro le mura.
Le mura erano una cortina di mattoni alta circa otto metri, senza merli, su una base di sasso che sporge di circa un metro dal terrapieno — segno, probabilmente, di un fossato d'acqua —, e disegnavano un pentagono schiacciato e irregolare lungo circa un miglio e mezzo. Col tempo diventarono appoggio per le case, e restarono in piedi nell'Ottocento perché segnavano il confine del dazio; furono distrutte in gran parte nel secondo dopoguerra, e il loro giro si legge nelle vie che le costeggiano, come via Mure San Giuseppe e via Mure Soccorso.
Le porte erano sei, sulle strade per l'alto e il basso Polesine, e tre esistevano già alla fine del Trecento; ne restano due, Porta San Bortolo, eretta fra il 1482 e il 1486, e Porta Sant'Agostino, di circa il 1582. Oltre alle due del castello, la terza torre medievale sopravvissuta è la Torre Pighin, eretta nel 1138 dal vescovo Florio Cattaneo.
