Nel Cinquecento due partiti si contesero la laguna di Venezia: il proto alle acque Cristoforo Sabbadino (1487 circa-1560) voleva togliere al mare ogni impedimento, il letterato Alvise Cornaro (1484-1566) voleva argini verso la terraferma e una sola bocca portuale. Nel 1674 il senato abbandonò l'argine divisorio della laguna; nel 1683 il Taglio di Sile tolse all'estuario parte delle acque dolci.
L'acqua dolce e il dominio del salso
Per tutto il Cinquecento la preoccupazione principale, segnalata da tutti, era l'eccesso di acque dolci immesse in laguna dai fiumi e dagli scoladori, i canali di scolo scavati per i campi: portavano torbide e sedimenti, nutrivano il canneto e con esso l'aria malsana. Sull'urgenza di mandarle fuori concordavano anche i due partiti opposti, che avevano in Sabbadino e in Cornaro le loro voci più note e attive, benché i loro obiettivi divergessero del tutto. Ciascuno dei due era sostenuto da un settore distinto della classe dirigente veneziana.
Le esortazioni di Sabbadino non si fermavano all'acqua dolce: bisognava togliere di mezzo ogni ostacolo, anche minimo, naturale o costruito, che frenasse il mare nella sua opera di pulizia. Era l'unica via, scriveva, perché «la laguna e tutto il suo contorno serà dominato dal salso». In un parere del 1550 sulla conservazione della laguna, il suo imperativo era farla più grande di quanto fosse.
Quell'imperativo passò nelle leggi: gli ordini di abbattere arginature e valli da pesca, di togliere sbarramenti e perfino singoli pali, il divieto assoluto di coltivare o far pascolare dentro la linea di conterminazione, il confine fra la laguna e ciò che laguna non era, ancora non ben definita, e l'obbligo di rivestire con solide fondamente le rive di Venezia, delle isole e dei lidi, e quelle dei poderi lungo la gronda, perché la terra non scivolasse in acqua. A Sabbadino si attribuiva la massima «gran laguna fa gran porto».
Cornaro, gli argini e una bocca sola
Cornaro guardava invece la laguna con occhio più disincantato: la si poteva difendere chiudendola con argini dal lato della terraferma, e perfino rimpicciolire, lasciando che l'acqua smettesse di allargarsi nei canneti dei bordi e che le zone ormai perse all'interramento, come quella di Chioggia, diventassero terra. Contava solo che attorno a Venezia restasse uno specchio d'acqua, largo abbastanza da tenere lontano un nemico.
La contesa ebbe anche un banco di prova concreto. Nel novembre 1541 la Signoria impose di tagliare gli argini con cui Cornaro aveva sottratto alla laguna alcune valli da bonificare; lui ricorse, ma la Repubblica trovò un difensore eccezionale in Sabbadino, nominato proto e ingegnere alle acque nel dicembre 1542. Per la sua proposta di prosciugare e mettere a coltura le paludi ai bordi dell'estuario, Sabbadino accusò Cornaro di essere un fautore interessato del «partito agrario», quello che spingeva ad aumentare i raccolti anche a costo di sacrificare il bacino salmastro.
Le soluzioni pratiche di Cornaro pesarono invece nelle dispute del secolo successivo. Oltre alla «divisione» della laguna, cioè la riduzione della sua superficie, proponeva di lasciare una sola bocca aperta nei cordoni litoranei: le maree, più forti nel loro andare e venire, l'avrebbero tenuta profonda, e le navi mercantili e da guerra vi avrebbero trovato il pescaggio necessario.
Vanga e badile: i tecnici della Repubblica
Fra i due partiti c'era anche chi puntava tutto sullo scavo. Giovan Battista Luran, uno dei tecnici al servizio della Repubblica, nel 1578 constatava che «per tutto è terra ferma, tutto è secco», e concludeva che non c'era «altro rimedio che la vanga et il badil».
Erano quasi le stesse parole di un altro grande tecnico della Repubblica, il veronese Michele Sammicheli, contemporaneo di Sabbadino, che come architetto militare paventava soprattutto conseguenze d'ordine strategico. Perché l'interramento si rimandasse il più a lungo possibile, la laguna andava scavata: gli altri ingegni erano chimere, la zappa e il badile erano la vita. Con quegli strumenti modesti bisognava continuare, anno dopo anno, a scavare le velme, i fondali che restavano scoperti con le maree di riflusso, e a ridare alle acque il loro corso.
Luran aveva proposto anche come farlo, e a quale prezzo: ingaggiare 4.000 o 5.000 contadini nei mesi invernali di ridotta attività agricola, dando loro solo vitto e alloggio, e metterli a scavare la laguna sulle velme nei periodi di secca. Così, scriveva, in pochi anni si sarebbe dato buon fondo alla laguna, e con poca spesa pubblica.
Le idee di Cornaro nel Seicento
Nel terzo quarto del Seicento il dibattito si riaccese, e ripresero piede le teorie di Cornaro: una rigida perimetrazione interna, parallela ai cordoni litoranei, che separasse con argini e grandi canali circondari la laguna viva — bagnata due volte al giorno dalle maree — da quella che il mare invadeva per intero solo in casi eccezionali. Era un'operazione dall'impegno finanziario contenuto, e avrebbe anzi portato introiti all'erario con la vendita di vaste estensioni sterili o paludose trasformate in terreni coltivabili: bastava prolungare lungo i margini della laguna morta l'argine di conterminazione, quello su cui passa la strada statale Romea, che dal 1611 correva per un buon tratto sulla sinistra del Taglio novissimo di Brenta, scavato fra il 1609 e il 1611.
La scrittura del 1664 e Ferigo Contarini
Nel 1664 i savii ed esecutori alle acque presentarono in senato una scrittura che sposava molte di quelle tesi, e ricordava come fino agli inizi del secolo tutta la laguna davanti a Venezia fosse difesa da forti argini che escludevano del tutto le acque dolci. Dopo lo scavo del Taglio novissimo, invece, erano stati lasciati andare gli argini che dal Trecento tenevano lontane da Venezia le acque torbide della Brenta, erano stati rimossi gli antichi carri di Marghera e di Lizza Fusina, che consentivano alle barche di superare quelle arginature, e infine, poiché era prevalsa per sventura pubblica la massima «gran laguna fa gran porto», erano stati aperti numerosi varchi per far montare il salso.
A quella massima Ferigo Contarini, che presentava le sue scritture al magistrato alle acque, obiettava che chi l'aveva formulata non aveva considerato una cosa: la marea che entra dai porti non ne esce sempre due volte al giorno, e spesso vaga su e giù per la laguna — sono le «acque vagantive». Quanto alle campagne di scavo che si continuavano a proporre, il sollievo che davano veniva paragonato a quello di una nave coi fianchi sdruciti alla quale ci si limitasse a togliere l'acqua dalle sentine.
La parte del 7 settembre 1674
Nell'aprile del 1674 Contarini presentò un'altra scrittura, ancora più critica verso l'incertezza prolungata della politica, e propose di provare un'arginatura fornita di aperture e porte. Pochi mesi dopo, però, il senato cambiò rotta con un decreto, la parte del 7 settembre 1674: giudicò senza beneficio la proposta di chiudere la laguna entro un argine e accolse il parere di una commissione di sei delegati alla laguna, che quanto all'argine invitava a «cessar di riflettervi».
I sei delegati avevano percorso l'estuario osservando canali, barene e paludi, e avevano capito — dalle misure degli scandagli, dai periti e dai vecchi pescatori pratici — che nelle parti più remote non c'era quel danno così sensibile che tutti temevano; le nuove arginature, avvertivano, avrebbero ottenuto solo un «mero restringimento», e in poco tempo gli stessi interramenti sarebbero ricomparsi ai bordi della laguna ristretta. Il degrado più evidente stava nei dintorni immediati della capitale, e il senato rimandò lì i delegati, con due mesi di tempo per indicare i lavori da fare.
Quella correzione di rotta coincideva con l'avvio delle opere di deviazione dei fiumi lungo la gronda a nord di Venezia, che si chiusero nel 1683 quando furono inaugurati il Taglio di Sile e le conche fluviali delle Portegrandi e delle Trepalade: fu l'ultima grande opera della Serenissima sul bacino che scola in laguna. Con quella si realizzò finalmente una parte dell'estromissione delle acque dolci che aveva progettato Cristoforo Sabbadino, e che lui non aveva mai visto portare a compimento.
