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San Giorgio di Valpolicella, il borgo Ingannapoltron: la pieve longobardo-romanica e i vigneti

San Giorgio di Valpolicella, frazione di Sant'Ambrogio, ha una pieve longobardo-romanica dell'VIII secolo e il soprannome medievale di Ingannapoltron.

San Giorgio di Valpolicella: il borgo con la pieve romanica e il campanile in cima al colle fra i vigneti
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

San Giorgio di Valpolicella è un borgo di Sant'Ambrogio di Valpolicella, in provincia di Verona, costruito su un rilievo fra i vigneti e i ciliegi della Valpolicella. Ha una pieve longobardo-romanica dell'VIII secolo e un soprannome che arriva dal medioevo, Ingannapoltron, che vuol dire «inganna il pigro».

Borgo dell'Amarone, fra vigneti e ciliegi

Il paese sta pochi chilometri a nord di Verona ed è costruito colla pietra calcarea tipica del territorio, il rosso Verona. Dal 2015 è uno dei borghi più belli d'Italia. Lo chiamano il «Borgo dell'Amarone», perché vi si produce quel vino DOCG, e in primavera i ciliegi in fiore tingono di bianco le colline intorno. La zona è quella dell'Amarone e del Recioto, ottenuti da uve appassite, e del Valpolicella Classico, e intorno al borgo sorgono numerose ville venete.

Il soprannome viene dalla strada. Prima delle automobili, chi saliva da Sant'Ambrogio a San Giorgio credeva di avere davanti un tratto facile, e invece la salita si rivelava dura e ingannevole. Forse per questo, nel Medioevo, il nome «San Giorgio in Ganna», dove «ganne» significherebbe «mucchio di pietre», ricevette per scherzo l'aggiunta «poltron»: il paese divenne quello che inganna il pigro.

Capanne dell'età del bronzo, case retiche

Il colle era abitato molto prima della chiesa. Le campagne di scavo del 1985-1989, sul lato est dell'edificio, hanno rimesso in luce una capanna a pianta rettangolare della media età del bronzo, con l'alzato probabilmente in legno, e un gruppo di costruzioni dell'età del ferro, in uso dalla fine del quinto all'inizio del secondo secolo a.C.: un'officina per i metalli, una cisterna e, forse, un deposito per le derrate.

Quelle costruzioni seguivano lo schema della «casa retica», comune nelle aree alpine e subalpine: in parte ricavate nella roccia, avevano muri e coperture fatti di lastre di calcare rosato, la pietra che qui si trova senza fatica. Il villaggio mostra influssi veneti nella fase più antica e, in quella più recente, tratti locali legati all'area trentina. I suoi abitanti coltivavano, allevavano, lavoravano come artigiani e cavavano la pietra nel colle sottostante; gli studiosi li ritengono progenitori degli Arusnati, il popolo che avrebbe abitato la Valpolicella in età romana.

Cuslanus, Lualda e il Sole e la Luna

Dell'età romana gli scavi hanno trovato un terrazzamento e alcuni reperti della fine del primo secolo a.C. e del primo secolo, segno che qui si usava ceramica pregiata e si commerciava colle regioni vicine. Ma la testimonianza più importante sono le epigrafi: ne sono state rinvenute tante — alcune reimpiegate come capitelli della chiesa — che la località dovette essere il principale centro religioso del territorio degli Arusnati, e insieme a quelle di altri siti della Valpolicella raccontano la loro religione e la loro organizzazione.

I nomi delle divinità sono Cuslanus, Ihamnagalle, Sqnnagalle e Lualda: forme latinizzate che non corrispondono ad alcuna divinità romana conosciuta, tranne forse Lualda, che si può avvicinare a Lua, dea legata a Saturno e protettrice dell'agricoltura; un frammento con la scritta «LVALDAE», trovato nel 1986 nel muro fra l'abside centrale e quella settentrionale, conferma il suo culto.

Sotto una colonna della navata destra sta l'altare che il sacerdote Quintus Sertorius Festus consacrò al Sole e alla Luna: sembra che solo gli Arusnati venerassero insieme queste due divinità, forse per la prosperità dei campi, e che fossero dèi locali più antichi a cui i Romani diedero un nome latino. Alcuni reperti sono nel museo della pieve e sul retro delle absidi, come i frammenti di lesene con capitello corinzio trovati nel 1966 vicino alla canonica; altre iscrizioni sono a Verona, nel museo lapidario maffeiano e nel museo archeologico al teatro romano.

Il ciborio di Liutprando

Il pezzo più prezioso della pieve di San Giorgio è il ciborio sopra l'altare maggiore, fatto di elementi longobardi e ricostruito nei restauri del 1923-1924, con archetti scolpiti a bassorilievo: cornici geometriche e figure simboliche, pesci, pavoni, pani o ruote di fuoco, tralci di vite, colombe e croci.

Due delle quattro colonnine portano un'iscrizione dei tempi di Liutprando, che regnò fra il 712 e il 744. La prima dice che il ciborio fu costruito colle offerte dei fedeli a san Giovanni Battista, essendo re Liutprando e Domenico vescovo di Verona, custodi della chiesa i preti Vidaliano e Tancol e gastaldo Refol, e la firma il diacono Gondelmo; la seconda nomina il capomastro Orso coi suoi allievi Iuvintino e Iuviano, e gli scari Vergondo e Teodalfo, gli amministratori dei beni del re che seguirono probabilmente i lavori e il pagamento degli scultori.

Nel corso di un secolo sono stati trovati otto archetti scolpiti, più di quanti ne servano a un ciborio, e di mani diverse: per questo si pensa che venissero da tre strutture, un ciborio sull'altare, un battistero forse ottagonale e un'iconostasi che separava le parti della chiesa, e che fra il IX e il X secolo abbiano convissuto. La dedica al Battista ha fatto supporre anche un fonte battesimale, segno che San Giorgio era già pieve, oppure che la chiesa fosse prima intitolata a san Giovanni.

In età longobarda a San Giorgio sorgeva anche un castello, a capo di una sculdascia, una circoscrizione minore dei ducati con ampi poteri. La colonnina di Liutprando incuriosì gli studiosi già nel XVII secolo: Scipione Maffei, nel Settecento, la portò a Verona per il lapidario dell'Accademia Filarmonica, insieme all'altare del Sole e della Luna, rimesso al suo posto solo coi restauri degli anni Venti.

Pieve romanica, chiostro e affreschi

Gli studiosi riconoscono due fasi. La prima è longobarda, dell'VIII secolo, e ne resterebbe la parte occidentale; la seconda, romanica, datata variamente fra la fine del IX e il XIII secolo, aggiunse a est tre absidi, colonne al posto dei pilastri e un pavimento più alto. Ne è uscita una chiesa con un'abside a ogni capo, un caso unico nel Veronese e più diffuso in Germania, forse ricostruita dopo il terremoto di Verona del 1117; qualcuno, invece, la ritiene tutta romanica.

Nel 1145 una bolla di papa Eugenio III, la Piae postulatio voluntatis, nomina per la prima volta San Giorgio come pieve, colle sue cappelle, le decime, le famiglie e metà della corte. Il campanile romanico, a pianta quadrata su quattro ordini con archetti pensili, bifore e trifore, è datato fra la fine dell'XI e l'inizio del XIII secolo.

Il chiostro, del XII secolo, intatto su tre lati e con un pozzo al centro, somiglia a quello di San Giovanni in Valle a Verona: il lato est ha quattordici arcate su colonnine, con capitelli di ogni forma, animali, mascheroni e foglie. Accanto ci sono la canonica e la sala capitolare, con affreschi del XIV secolo e versetti del Vangelo in caratteri gotici.

Dentro la chiesa l'abside occidentale ha un Cristo pantocrator dell'XI o del XII secolo, e lungo la navata destra un'Ultima Cena dipinta nel XIV secolo mostra una tavola ricca, con una tovaglia orlata di verde, boccali di maiolica, bicchieri di vetro, vino rosso, pane e frutta. Ci sono poi la Resurrezione attribuita a Palma il Giovane, portata da Venezia nel 1840, un altare forse consacrato nel 1412 e un fonte battesimale ottagonale del XII secolo.

Nel 1456 il vescovo Ermolao Barbaro trovò che l'arciprete, per lo spopolamento della collina, si era trasferito a Sant'Ambrogio, ma la pieve restava a capo delle cappelle della zona, da Sant'Ambrogio a Gargagnago, e di uno dei «piovadeghi» del Vicariato della Valpolicella. Accanto alla chiesa c'è un museo, con una sezione etnografica che ha una cucina tipica della Valpolicella e una sezione archeologica progettata dall'architetto Libero Cecchini, aperta nel 1992.

Festa delle Fae, e la salita da Gargagnago

La seconda domenica di novembre, a San Giorgio, si celebra la Festa delle Fae, con cibo, vino e balli che ricordano un'antica tradizione pagana.

Al borgo si può arrivare a piedi da Gargagnago, frazione di Sant'Ambrogio, dove la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Misericordia è datata al 1378 ma è probabilmente più antica, e dove a giugno c'è la Festa delle Ciliegie. Il sentiero sale per strade ombreggiate, colla valle dell'Adige alle spalle, fra le marogne, i terrazzamenti coltivati a vigneto, supera la località Armaron e si apre sulla vista del Garda, fra vigne e boschi di carpino e rovere; il ritorno scende per un sentiero nel bosco, lungo il torrente, fino a Gargagnago.

Come arrivare

In treno si scende alla stazione di Domegliara - Sant'Ambrogio: da lì a San Giorgio di Valpolicella sono 4,8 km, 8 minuti in auto.

In auto, dalla Superstrada Peschiera-Affi si esce a Cavaion Veronese: poi 10,1 km, 16 minuti di guida.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino a San Giorgio di Valpolicella.

Info utili

Dove si trova
Sant'Ambrogio di Valpolicella (VR)
Coordinate
45,53502 N, 10,84957 E (San Giorgio di Valpolicella) · Apri su Google Maps

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