Il Taglio della Piave è il letto che Venezia scavò dal 1642 al 1664 per portare la foce lontano dalla laguna, da San Donà di Piave al porto di Santa Margherita, vicino a Caorle. Una rotta alla Landrona, nel 1683 o all'inizio del 1684 secondo le fonti, mandò il fiume a Cortellazzo, e quel tracciato fu abbandonato.
I fiumi contro la laguna
Per la Serenissima i fiumi erano un pericolo per la laguna: portavano torbide e sedimenti, facevano crescere le barene e i canneti, e le acque dolci prevalevano sulle salse. I reggitori della Repubblica volevano proteggere il litorale che separa la laguna dal mare, tenere aperte le bocche di porto da cui la laguna riceveva il mare e impedire che si interrasse.
Dopo la guerra di Chioggia (1379-1381) e quella di Cambrai (1509) la preoccupazione era prima di tutto strategica, perché la laguna era il «baluardo invalicabile» di Venezia, ma pesavano anche i porti e i canali di navigazione, e la salute: si intuiva che dove prevaleva l'acqua dolce l'aria diventava cattiva, e tutti avevano davanti l'esempio di Ammiana e Costanziaco, le antiche isole vicino a Torcello abbandonate dai loro abitanti, e temevano la stessa fine per Mazzorbo, Burano, Murano e Venezia stessa.
Proteggere la laguna voleva dire espellere i fiumi, e fu un'impresa che durò circa quattro secoli, dal 1300 al 1700, conclusa con la diversione del Piave alla foce di Cortellazzo. Nel Seicento la Repubblica sciolse i nodi idraulici più gravi della pianura e intanto si curò di accrescere e custodire i boschi: già nella seconda metà del Cinquecento i suoi tecnici vedevano nei tagli eccessivi delle foreste di montagna la causa delle piene sempre più dannose. Quel secolo cominciò con i tagli della Brenta novissima e del Po di Levante e terminò con quello del Sile e con lo spostamento della foce del Piave verso nord-est.
Argine di San Marco, dichiarato inalienabile
Le piene arrivavano con regolarità, e nel Cinquecento se ne contano dieci elevatissime. Nel 1533 il Piave traboccò in diversi punti del basso corso e riversò acque cariche di fango nel Sile, che allora finiva in laguna, interrando i bacini di Torcello, Mazzorbo e Burano. Il Magistrato alle Acque, che a Venezia governava fiumi e laguna, deliberò allora un argine da Ponte di Piave alla Cava del Caligo, largo alla base sei passi trevisani, circa 11 metri, e in cima due passi e mezzo, circa 4,50, e più alto di almeno quattro piedi, circa 1,40 metri, dell'argine del fiume: una muraglia che salvasse le lagune anche se il primo argine avesse ceduto.
Era in sostanza un secondo argine in ritiro: seguendo il margine occidentale della laguna superiore, la separava del tutto dal Piave. L'argine di San Marco, avviato nel 1534, fu compiuto nel 1543 e dichiarato inalienabile; più volte salvò dall'inondazione il territorio in destra del fiume.
Nel 1622 il proto Tommaso Contin, uno dei tecnici della Repubblica, chiese di rinforzarlo, perché la forza delle acque lo aveva eroso, e di prolungarlo oltre il canale del Caligo, dove finiva: le rotte del Piave avevano invaso la laguna di Lio Mazor, e la valle di Dragogiesolo, una delle più famose della laguna, si era quasi tutta interrata. Nella piena dell'ottobre 1889, un tratto dell'argine di San Marco si squarciò presso Musile.
Sabbadino, il Taglio di Re e Cavazuccherina
L'argine non bastava, e il Magistrato alle Acque volle anche un diversivo: un canale da aprire a Rotta Vecchia, sulla sinistra del fiume, che nelle piene scaricasse l'acqua verso il mare per il porto di Livenzuola, di Portesino o di Cortellazzo. Nel 1552 Cristoforo Sabbadino, celebre idraulico che guardava al problema in modo più ampio, propose di togliere al Piave l'intero vecchio corso e di condurlo fino alla foce di Cortellazzo. Il Governo veneto lo approvò, e nel 1560 il Collegio alle Acque deliberò di condurre il fiume a porto Cortellazzo partendo da sotto la Cava Zuccarina, scavando un alveo largo quanto il Piave attraverso paludi e valli, dritto verso il mare; ma la decisione restò sulla carta.
Si accesero innumerevoli proposte, polemiche e discussioni; intanto si scavava il Taglio di Re, il diversivo chiesto dal Magistrato, e il fiume seguitava a inondare la pianura vicino al mare, a trasformarla in palude e a spingere sedimenti verso la laguna.
Nel 1568 il savio alle Acque Dolfin Valier descrisse ai colleghi una situazione disperata: il Taglio di Re era distrutto, molti argini del Piave erano aperti, e i canali del Caligo, del Cavallino e della Zuccarina si erano interrati al punto che la navigazione verso il Friuli stava per perdersi. Per più di un secolo si tentò di tenere in funzione come diversivi il Taglio di Re e il canale Cavazuccherina. Nel 1638 il proto alla laguna Bernardin Contin mise al primo posto fra i rimedi l'allontanare il Piave dalla laguna, mandandolo a Cortellazzo; e senza quel primo passo non si potevano portar fuori dalla laguna nemmeno i «quattro fiumi», il Sile, lo Zero, il Dese e il Marzenego.
Alla fine i Savi alle Acque arrivarono a una conclusione sola: «l'unico mezzo di mantenere eterne le lagune» era deviare il fiume per intero e portarlo a sfociare a Santa Margherita di Caorle. Il che richiedeva un'altra opera: sbarrare uno dei bracci con cui il Livenza arrivava al mare proprio lì.
Ventidue anni, e il lago della Piave
La diversione partì con un decreto del Senato del 23 agosto 1642, e la Repubblica ne affidò l'opera all'architetto idraulico Sebastiano Benoti: presso Musile si alzò un argine d'intestadura, cioè di sbarramento, e il nuovo letto si staccava dal fiume poco sotto San Donà. Il cantiere andò avanti lento, anche per i ritardi della guerra di Candia: ci vollero ventidue anni, e solo nel 1664 il Taglio della Piave fu finito e il fiume arrivò a sboccare nel porto di Santa Margherita. Il nuovo percorso era tortuoso e quasi senza pendenza.
Prima della foce il fiume si spandeva nelle vaste paludi di Ribaga, Cortellazzo e Livenzuola, chiuse soltanto da modesti argini circondariali, gli «arzerini», e per sfociare durante le piene e l'alta marea le sue acque dovevano sopraelevarsi: in quelle circostanze frequenti gli arzerini tracimavano o si rompevano, e i territori intorno si allagavano. Le paludi finirono per comunicare fra loro, e si formò un grande stagno chiamato il lago della Piave. Tutta la bassa pianura fra il Piave e il Livenza si impaludò, e vi imperversò l'aria cattiva.
Nel 1642, l'anno stesso del decreto, una rotta distrusse il paese di Noventa. La situazione peggiorò con il susseguirsi delle piene, che fra il 1664 e il 1681 si ripeterono cinque volte: nel 1664 andarono giù la chiesa e parecchi fabbricati di Musile, e durante le piene del 1678 e del 1681 si aprirono 48 rotte negli argini che dovevano accompagnare il fiume fino a Santa Margherita. Nel 1664 il Senato tornò a chiedere anche la diversione dei quattro fiumi, da portare nel vecchio alveo del Piave. Si discusse poi di dare un altro sfogo alle acque del lago della Piave, portandole al mare per il piccolo porto di Valle Altanea.
La rotta della Landrona
Le discussioni e le proposte erano ancora in corso quando una piena, nel 1683 o all'inizio del 1684 secondo le fonti, fece il lavoro da sé: il fiume sfondò gli argini alla Landrona, davanti a Cortellazzo, e trovò il mare attraverso quel porto, dove la pendenza dei terreni lo portava naturalmente. I fatti diedero ragione a Sabbadino, che più di un secolo prima aveva visto la soluzione: Venezia lasciò il fiume nel letto che si era aperto da solo, e da allora la foce rimase a Cortellazzo, mentre l'alveo artificiale scavato per allontanarlo dalla laguna fu abbandonato.
Si sospettò che la rotta fosse stata aiutata da qualcuno: l'8 febbraio il Consiglio dei Dieci diede al Magistrato alle Acque il potere di fare il processo contro ignoti col proprio rito, promettendo il segreto ai testimoni e l'impunità a un complice che non fosse l'autore principale. Il dolo, però, non fu mai provato.
Negli stessi mesi si completò la deviazione del Sile, il cui vecchio corso si disperdeva nella laguna di Torcello e aveva reso invivibili quelle contrade, invase dal canneto. Con il Taglio di Sile, un canale rettilineo lungo quasi dieci chilometri, e le conche fluviali alle Portegrandi e alle Trepalade, i veneziani portarono il Sile nel vecchio alveo del Piave, abbandonato da circa quarant'anni: fu l'ultima grande opera della Serenissima sui fiumi che scolavano in laguna. Da allora quel tratto si chiama Piave Vecchia, e arriva al mare nel vecchio porto di Jesolo.
Piave Vecchia, Eraclea e la Laguna del Mort
I segni di quella storia si leggono sulla carta. A Musile il Piave, che fin lì scende a meandri, entra in un tratto rettilineo lungo circa 9 chilometri fino a Eraclea: fu scavato nel Seicento per spostare la foce verso est, così da ridurre i detriti portati in laguna e salvare dall'interramento la principale bocca di porto. Oltre Eraclea il fiume scorre chiuso fra argini alti fino al mare di Cortellazzo. Il vecchio letto resta attivo dalle «porte del taglio» a Musile, e a Caposile riceve il Sile. Anche il nome conserva la memoria: il fiume era sempre stato «la Piave», al femminile, negli atti della Serenissima e nelle sentenze del Magistrato alle Acque, e il femminile resta nel toponimo Piave Vecchia.
La storia della foce non era finita. Fino al 5 ottobre 1935 il fiume, giunto vicino a Cortellazzo, piegava a gomito verso sinistra e correva per circa 3 chilometri prima di gettarsi nell'Adriatico; quel giorno, al colmo di una piena, ruppe l'argine destro proprio alla curva e si buttò dritto in mare. Il vecchio estuario, chiuso da sabbia e fanghi e alimentato solo dalla marea, andò a formare la Laguna del Mort.
