A Este, in provincia di Padova, la necropoli di via Santo Stefano, coi circoli di pietra dei tumuli, è un cimitero dei Veneti antichi usato fra l'VIII e il II secolo a.C. Dagli scavi ripresi nel 1983 è uscito il cassone di Nerka Trostiaia, una donna di cui si conosce il nome.
Via Santo Stefano 11, necropoli del Ricovero
L'area archeologica ha due nomi, e li porta entrambi: necropoli di via Santo Stefano, dall'indirizzo in cui si entra, al numero 11; e area archeologica della «Casa di Ricovero», perché le prime tombe emersero nei cortili della casa di riposo. È uno dei principali nuclei funerari dell'antica Este, la città distesa sul fianco sud dei Colli Euganei a circa 15 metri di quota, e occupa un terreno a nord-ovest del centro storico.
Gli scavi dal 1882 al 1983
Le prime scoperte risalgono alla fine dell'Ottocento. Fra il 1882 e il 1895, mentre si rimettevano a posto i cortili della casa di riposo, vennero fuori le prime 30 tombe. Poi le ricerche più approfondite di Alfonso Alfonsi restituirono oltre 120 sepolture.
Lo scavo ripartì nel 1983, e il decennio seguente diede altre 150 sepolture. Fu in quella ripresa, nell'estate del 1984, che si trovò la tomba più famosa del sito: la sepoltura di Nerka.
Pochi mesi prima della scoperta, il 5 maggio 1984, il museo nazionale Atestino aveva riaperto, dopo una lunga chiusura per lavori, con un allestimento nuovo.
Fosse, tumuli e cassette di pietra
Nella prima metà dell'VIII secolo a.C. i morti venivano bruciati e messi quasi sempre in fosse semplici, scavate nel terreno e senza nessuna struttura attorno. Dalla metà dello stesso secolo comparvero i primi tumuli, che blocchi di trachite, la pietra dei Colli, segnavano o chiudevano tutt'intorno; e quei tumuli non restarono fermi, perché col tempo si allargarono e tornarono a servire per altre deposizioni.
Alla fine del VII secolo a.C. l'ordine del sepolcreto cambiò del tutto: si smise di usare i tumuli antichi e se ne costruirono altri, chiusi da lastre di calcare piantate in verticale. L'ultima fase d'uso di quei recinti fu segnata dalla riapertura di tombe più antiche e da alcune alluvioni.
Più tardi l'assetto dell'area cambiò di nuovo, col grande emiciclo che elementi di trachite segnavano al centro; e dalla metà del V secolo a.C. le sepolture si raccolsero nella parte sud-occidentale, in ampie cassette pensate per più deposizioni. Il contenitore della sepoltura, nel Veneto prima dei Romani, cambiava da zona a zona: a Este, e lungo la valle del Piave, il più frequente era la cassetta di lastre di pietra; a Padova e negli altri centri di pianura si preferiva quella di legno, e dal VI secolo il dolio, un grande vaso di terracotta.
Riaperture e tombe di famiglia
Il metodo stratigrafico più rigoroso ha portato anche un dato che prima non si vedeva: le riaperture delle tombe. Nel terreno gli strati di terra di rogo, cioè i carboni della pira deposti per rito, si alternano alle coperture che sigillavano ogni sepoltura: segno che il sepolcro veniva riaperto più volte per aggiungervi i resti di uno o più congiunti, ciascuno col suo corredo.
Il dato serve a spiegare una cosa che era stata letta male: la presenza di più ossuari dentro la stessa tomba era stata motivata con improbabili morti simultanee, e invece dice la forza dei legami fra coniugi o consanguinei, e l'importanza della famiglia per i Veneti antichi.
Anche l'organizzazione dello spazio rispondeva a precise regole sociali: le aree cimiteriali erano pianificate sempre fuori dai centri abitati, e le tombe si raggruppavano in tumuli comuni, chiusi da recinti di pietra o di legno, che riunivano una famiglia nelle fasi più antiche e gruppi gentilizi più estesi in quelle più recenti. Nella necropoli di via Santo Stefano le strutture sono di due generi: cumuli di terra cinti da cerchi di piccole pietre, e recinti di grandi lastre che custodiscono le cassette coi resti cremati e appartenevano, con ogni probabilità, a gruppi familiari.
Il cassone di pietra di Nerka Trostiaia
Agli inizi del III secolo a.C. fu costruita la tomba monumentale di Nerka Trostiaia, che a Este era una signora ricca, detta anche, per soprannome, la «principessa Nerka». La tomba porta il suo nome perché quel nome c'era scritto: inciso sul recipiente di bronzo che racchiudeva il suo ossuario di ceramica, con le ceneri.
Il cassone è una cassa-sarcofago di dimensioni eccezionali, fatta di lastre di pietra e chiusa da un coperchio a doppio spiovente che imita il tetto di una casa — e l'allusione alla casa è voluta. Dentro, l'arredo è sistemato con cura e si divide idealmente in tre comparti. Nel primo sta la defunta, impersonata dal suo ossuario, che è abbigliato come una persona e adorno di gioielli, e affiancato dalle insegne del suo rango. Nel secondo stanno il banchetto e il focolare domestico, con le vivande offerte per il viaggio. Il terzo è il posto di lavoro: gli attrezzi per filare e per tessere, e perfino un telaio verticale riprodotto.
Il corredo, ricchissimo, fu presto esposto nel vicino museo nazionale Atestino insieme al cassone che lo conteneva, e col tempo è diventato uno dei suoi principali punti di interesse; è tra i corredi funerari più recenti, per data, della raccolta, e abbonda di gioielli etruschi e di oggetti importati dall'Italia meridionale.
Circoli di pietra nell'area scavata
Il terreno mostra quanto a lungo il sito fu usato: molte sepolture stanno una sopra l'altra, e qualche volta quelle più recenti hanno danneggiato le antiche. Le fasi della necropoli successive alla tomba di Nerka sono documentate da tombe di epoca romana, che in parte hanno guastato le strutture precedenti.
Quello che si legge meglio, camminando sulle strutture scoperte, sono le fasi fra il VII e il VI secolo a.C., e in particolare i circoli funerari in pietra che delimitavano i tumuli.
