Storia · 9 min di lettura

L'Ultimo Cammino di sant'Antonio: dal Santuario del Noce di Camposampiero all'Arcella, dove il Santo morì, e alla Basilica del Santo

L'Ultimo Cammino di sant'Antonio da Camposampiero a Padova: il Santuario del Noce, il Santuario dell'Arcella dove morì il 13 giugno 1231 e il Transito.

L'Ultimo Cammino di sant'Antonio: pellegrini su una strada di campagna fra gli alberi verso un santuario
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

L'Ultimo Cammino è un percorso a piedi o in bicicletta di circa 23,5 chilometri, quasi tutti su argini e strade di campagna, dai santuari di Camposampiero alla Basilica del Santo di Padova (PD). Segue la strada che sant'Antonio morente fece su un carro il 13 giugno 1231 fino all'Arcella.

L'ultimo mese a Camposampiero

Il futuro Santo, battezzato Fernando Martins de Bulhões, veniva da Lisbona, dov'era nato nel 1195. Nel 1227 arrivò a Padova e al convento dell'Arcella, Santa Maria de' Cella: forse fu lì che scrisse i suoi Sermones, le prediche.

Nella tarda primavera del 1231 era sfinito dalla predicazione in città e cercava un luogo tranquillo. Accettò l'invito del conte Tiso a Camposampiero, venti chilometri a nord di Padova, dove il conte ospitava già un piccolo gruppo di frati, e vi trascorse l'ultimo mese di vita. Volle ritirarsi in un riparo spoglio fra i rami di un grande noce, e fu il conte a costruirgli lassù una piccola cella: lì passava le giornate in preghiera e da lì parlava alla gente del borgo che si radunava per ascoltarlo. La visione di Gesù Bambino, racconta la tradizione, la ebbe invece nella sua cella del piccolo convento dei frati, dove sorge il Santuario della Visione, e fu il conte Tiso a testimoniarla.

I santuari del Noce e della Visione

Sui luoghi di quel mese sorgono due santuari. Un viale di noci e di tigli porta al piccolo Santuario del Noce, voluto nel 1432 dal conte Gregorio Callegari di Camposampiero sul luogo dove stava l'albero con la celletta; lungo il viale corre il sentiero «Antonio Vangelo e Carità», con i gruppi di bronzo che lo scultore Romeo Sandrin fece per il Giubileo del 2000.

Ingrandito in tre momenti, nella seconda metà del Quattrocento il santuario fu affrescato con i miracoli più noti di sant'Antonio, opera attribuita a Girolamo Tessari, detto Del Santo; nell'abside c'è la pala di Bonifacio De Pitati del 1536 con il Santo che predica dal noce. Accanto, nel 1967, si stabilirono le clarisse, che hanno fatto dell'oratorio una casa di preghiera, e il FAI ha inserito il Noce nel censimento dei luoghi da non dimenticare.

Poco lontano sta il Santuario della Visione. Al posto di una chiesetta di San Giovanni Battista, dove Antonio aveva predicato e celebrato l'Eucarestia, nel 1437 lo stesso Gregorio Callegari fece costruire una chiesa più grande, che divenne presto meta di pellegrinaggi.

Il Senato veneto soppresse nel 1769 il convento dei frati di Camposampiero, i beni tornarono ai discendenti della famiglia Camposampiero, che trascurarono la chiesa, e nel 1798 i vandalismi francesi la distrussero in gran parte. Nel 1854 il Comune, diventato proprietario degli oratori, li rimise in ordine; il 17 ottobre 1895 tornarono i frati minori conventuali, il 26 dicembre 1906 fu posta la prima pietra della nuova chiesa a tre navate, inaugurata nel 1909, con l'abside dominata dalla pala di Pietro Paietta con il Santo in estasi davanti a Gesù Bambino. Dalla navata destra una scala stretta sale alla minuscola cella della visione.

Venerdì 13 giugno 1231

Quel venerdì Antonio si sentì male e capì che stava per morire. Chiese di essere portato al convento di Padova e fu caricato su un carro trainato da buoi; lo scortava frate Luca Belludi, suo amico e discepolo. Arrivò però che era sera, con le porte della città già chiuse, e dovette fermarsi all'Arcella, nel convento che riuniva il monastero delle clarisse e quello dei frati minori e che secondo la tradizione era stato fondato nel 1220 da san Francesco, sbarcato a Venezia al ritorno dall'Oriente.

Lì, in una cella, intonò l'inno «O gloriosa Domina», mormorò «Video Dominum meum», «Vedo il mio Signore», e morì, a circa 36 anni. I fanciulli corsero per le strade gridando che il Padre Santo era morto, e si racconta che nello stesso momento le campane di Lisbona si sarebbero messe a suonare da sole.

Per quattro giorni gli abitanti dell'Arcella e i padovani si contesero il corpo. Il 17 giugno un immenso corteo lo portò dentro le mura, nella chiesa di Santa Maria Mater Domini, dove sarebbe sorta la Basilica del Santo.

Il Santuario dell'Arcella

Il luogo della morte divenne subito meta di devozione. Nel 1275 il Comune prese il convento sotto la sua protezione e lo ricostruì in muratura, e la cella fu trasformata nel «templiculum», cioè piccolo sacello, come lo chiamava a metà Quattrocento lo storico padovano Michele Savonarola. Nel 1509 l'imperatore Massimiliano d'Asburgo vi pose il suo quartier generale durante l'assedio di Padova, e i religiosi lo abbandonarono.

Fra il 1520 e il 1530 i Veneziani fecero abbattere ogni edificio per circa un miglio intorno alle nuove mura: fu il Guasto, il divieto di ricostruire che durò quasi due secoli. Del convento restò solo il luogo della celletta, dove i devoti, sfidando il divieto, rifecero subito un'edicola, e le autorità chiusero un occhio. Nel 1670 fu racchiusa in un piccolo santuario che i padovani chiamavano Sant'Antonin, il Sant'Antonio piccolo, per distinguerlo dalla Basilica.

Nel 1792 il santuario fu restaurato e un viale di campagna, il viale dell'Arcella, lo collegò alla strada per Camposampiero: in quell'occasione nacque la Sagra delle noci, una festa di settembre. Con le soppressioni napoleoniche del 1806-1810 il santuario passò al Demanio, e nel 1816 una bolla di papa Pio VII riconobbe la festa liturgica del Santo all'Arcella. Il vescovo Modesto Farina, che aveva comprato il santuario, nel 1831 vi chiamò i frati minori conventuali; dal 1836 fu sede di una parrocchia.

L'edificio è la quinta ricostruzione: neoclassico fra il 1840 e il 1844, con la navata neogotica aggiunta fra il 1886 e il 1895 dal parroco Luigi Nichetti, il campanile alto 75 metri, cominciato nel 1901 e finito nel 1922 con la statua del Santo che benedice la città, e la cupola completata per il settimo centenario della morte, nel 1931; sull'anello della cupola è scritto che da qui l'anima del Santo volò al cielo.

Il numero 13, il giorno della morte, torna ovunque, nel disegno degli architetti Maestri e Gallimberti, che si succedettero nel progetto e nella direzione dei lavori: la navata è larga 13 metri, ogni pilastro ha 13 fasce di mattoni bianchi e capitelli a foglie di giglio, la cupola è larga e alta 13 metri.

Sotto la cupola sta la Cella del Transito, la cella dove il Santo morì, con le pareti nude di mattoni che lasciano leggere le sue vicende; sul timpano sono incise in latino quelle ultime parole, e sotto l'altare c'è la statua del Santo morente scolpita nel 1808 da Rinaldo Rinaldi, allievo prediletto del Canova, sotto un ovale del pittore Pietro Liberi con sant'Antonio e il Bambino. L'abside è occupata dall'organo Mascioni, costruito dal 1933 al 1942, con 3.000 canne in tre corpi.

Otto campane e due beati

Il parroco che volle il campanile, padre Ludovico Bressan, diceva agli abitanti: «Io ho fatto il campanile, voi fate le campane». I fedeli raccolsero i fondi e le ordinarono alla fonderia Luigi Cavandini di Verona: il 27 agosto 1922 le otto campane arrivarono in treno, furono portate su carri fino al santuario dagli abitanti del quartiere in corteo e le benedisse il vescovo Luigi Pelizzo.

Quasi tutte hanno il nome di qualcuno legato agli ultimi giorni del Santo: la più piccola, il do, è quella dei fanciulli, fra le altre ci sono la beata Elena Enselmini e Luca Belludi, e la più grande, il do grave, è intitolata a sant'Antonio. La quarta è intitolata a san Ludovico d'Angiò, che si fece francescano rinunciando al trono, ed è dedicata anche al parroco Ludovico Bressan.

La chiesa custodisce il corpo di Elena Enselmini e parte delle reliquie di Luca Belludi. Elena Enselmini, nata a Padova nel 1208, entrò giovanissima fra le clarisse dell'Arcella ed ebbe Antonio come guida spirituale; malata e senza più la parola, comunicava le sue visioni a segni, e morì nel 1231, pochi mesi dopo di lui. Il suo corpo tornò all'Arcella nel 1957 e sta nella terza cappella di sinistra.

Luca Belludi, chiamato «Luca di Sant'Antonio», aiutò a raccogliere i Sermones del Santo, e secondo una leggenda sarebbero state le sue preghiere, nel 1256, a sottrarre Padova al dominio di Ezzelino da Romano; morto nel 1286, fu deposto nell'urna che aveva contenuto il corpo di Antonio, e parte delle sue reliquie arrivarono all'Arcella nel 1936, nella prima cappella di destra.

Transito e Ultimo Cammino

Ogni 12 giugno, la sera, un corteo in costume rievoca il Transito, l'ultimo viaggio e la morte del Santo: parte da piazzale Azzurri d'Italia, percorre via Tiziano Aspetti, l'antica via Aurelia Copta, e arriva al santuario con il carro e i buoi. Le scene vengono dall'Assidua, la prima biografia del Santo: il viaggio sul carro, l'incontro con frate Vinotto, che andava a trovarlo a Camposampiero, l'arrivo al convento dell'Arcella, lo sgomento delle «Povere Dame», le clarisse, e infine l'agonia, recitata dentro il santuario davanti alla Cella del Transito.

All'arrivo suonano le campane dell'Arcella e poi quelle di tutte le chiese di Padova, come quelle di Lisbona, e comincia la festa del 13 giugno, che già gli Statuti del Comune del 1276 facevano partire dalla sera della vigilia. La rievocazione nacque nel 1931 da un'idea di padre Bressan; nel 1963 l'intero percorso da Camposampiero all'Arcella fu rifatto e lo documentò il regista Ermanno Olmi, nel 1995 prese una forma più ampia e solenne, e dal 2006 è una manifestazione di tutta la città, con i rappresentanti dei comuni attraversati dalla Statale del Santo, la strada principale che passa anche per il centro di Camposampiero.

L'Ultimo Cammino è la prima tappa del Cammino di sant'Antonio, che da Camposampiero arriva in 22 tappe, per 431 km, al santuario della Verna, in provincia di Arezzo. Riscoperto dai frati dal 1995, parte dall'area di sosta con il pannello a forma di carro fra il Noce e la Visione, passa per piazza Castello, davanti al municipio merlato e alla torre dell'antico castello dei conti di Camposampiero, segue gli argini del Muson e le strade sterrate fino a Pontevigodarzere, il rione alle porte della città, attraversa i quartieri a nord di Padova fino all'Arcella e finisce al Santo. Il tracciato è pianeggiante, poco ombreggiato e segnato da cartelli.

Info utili

Dove si trova
Camposampiero, Padova (PD)

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